“La propaganda fascista nelle università inglesi. La diplomazia culturale di Mussolini in Gran Bretagna (1921 – 1940)” di Tamara Colacicco

 

Mercoledì 17 ottobre 2018, nell’ambito degli incontri “Un libro, un autore, tra storia e attualità” sarà presentato il volume di Tamara Colacicco MariuzzoLa propaganda fascista nelle università inglesi. La diplomazia culturale di Mussolini in Gran Bretagna 1921-1940 (Franco Angeli, 2018).

Focalizzandosi sulla diplomazia culturale estera del fascismo, l’autrice si concentra sulcase study britannico valutando per la prima volta il ruolo svolto dai docenti universitari diItalian Studies nell’ambito della propaganda all’estero del regime. Grazie a un accurato lavoro d’archivio su fonti britanniche ed italiane finora inesplorate – in particolare i documenti del The National Archives di Londra, dell’Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri e dell’Archivio della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice –, il libro ricostruisce l’attività politica di intellettuali “funzionari” e “militanti”, soffermandosi su personalità storiograficamente poco considerate in relazione al loro rapporto con il regime, quali Cesare Foligno, Alfredo Obertello e Pietro Rèbora.
Il risultato è la scoperta di un avvincente network che offre un contributo originale per esplorare l’esercizio della propaganda estera fascista e il problema degli italiani emigrati durante il Ventennio.

L’incontro sarà introdotto e moderato da Andrea Perrone della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice.
Sarà presente il Presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, Giuseppe Parlato.

Tamara Colacicco è ricercatrice in Storia contemporanea ed esperta in relazioni culturali e politiche anglo-italiane tra le due guerre. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Inghilterra (University of Reading) ed è stata assegnista di ricerca della University of London. Attualmente svolge attività di ricerca come Postdoctoral Fellow presso la University of London. Numerose le sue pubblicazioni su prestigiose riviste accademiche italiane, inglesi e americane.

IL CAMMINO delle greggi – S.Allemand

 

…passo dietro passo, sulla grande traccia millenaria di quella via che andava dai litorali dell’Adriatico fino al cuore più segreto dell’Appennino. L’avevano segnata antichissime genti nelle migrazioni stagionali o definitive, seguendo forse l’istinto loro o il cammino degli astri o i colori dell’orizzonte. Poi era diventata la strada per la transumanza degli armenti e delle greggi; una lunga strada verde: la Via della lana. ( Franco Ciampitti “Il tratturo” Napoli, 1968).

La “lunga strada verde” che descrive così poeticamente Campitti è il Tratturo, la strada che i pastori  abruzzesi percorrevano con le loro greggi due volte all’anno, in Autunno, per scendere al piano, e in primavera per tornare sui pascoli montani..

I TRATTURI E LA TRANSUMANZA

Furono i Romani a tracciare le prime vie di comunicazione,  poi destinate a diventare quegli importanti tratturi che nei secoli a venire avrebbero collegato le aree montuose abruzzesi e molisane con la pianura pugliese. Il Tratturo Aquila-Foggia segue, infatti, in parte i tracciati della via Claudia Nova e della Traiana, il tratturo  Celano-Foggia corrisponde alla via Romana o Valeria e il tratturo Castel di Sangro-Lucera corrisponde alla via Minucia . È ad Alfonso I d’Aragona ( 1447) che si deve, però, la definitiva e stabile organizzazione dei Regi Tratturi che si sarebbero conservati, così come erano stati definitivi all’epoca, fino ai primi anni ‘50 del 1900. Il più importante tra questi era il famoso “Tratturo Magno”, o Tratturo del Re, perché, oltre a mettere in comunicazione i pascoli del Gran Sasso e degli altopiani sottostanti con le pianure pugliesi, riduceva, con le sue diramazioni, il “traffico” delle greggi, convogliandolo in parte verso i pascoli della Maiella e del Morrone. I tratturi,  vere e proprie autostrade verdi, erano delle piste erbose larghe 111 metri ( 60 passi) e  di varia lunghezza. Il Tratturo magno era lungo 244 km, e collegava L’Aquila con Foggia.  Altri importanti tratturi erano Celano-Foggia di 207 Km, Castel di Sangro – Lucera di 127 Km e Pescasseroli – Candela di 211 Km. La rete tratturale, oltre ai Tratturi ( 14 ), comprendeva i  Tratturelli ( 71 ), strade erbose più piccole dei tratturi, che potevano avere una larghezza di 10-15 o 20 passi ( 18,50 m. – 27,75 m. e 37 m. rispettivamente) e i Bracci ( 13 ),di ampiezza e lunghezza inferiore ai tratturelli, che fungevano da collegamento tra tratturi e tratturelli o che permettevano l’accesso alla destinazione finale. Questo gigantesco sistema viario, così diffuso, prevedeva anche dei “riposi” (  9 ), ossia delle apposite aree create lungo i tratturi per il “riposo”, appunto, di pecore e uomini. L’intera consistenza tratturale oggi risulterebbe costituita da una rete di oltre 3.100 chilometri di strade, estese, nel complesso, circa  21.000 ettari. Nella sola Provincia di Foggia, alla fine dell’800, la rete dei  tratturi era di circa 370 chilometri. Strade simili ai tratturi esistevano anche in altre regioni del Mediterraneo. In Sicilia le “trazzere”. In Spagna  le cañadas, cordeles e veredas in Castiglia, in Aragona: cabaneras, in Catalogna: carreradas. In Francia: draille o carraires. In Romania: drumurile oierilos. Prescindendo da ricostruzioni piuttosto fantasiose, da cui risulterebbe che attraverso i tratturi il numero di ovini abruzzesi che raggiungevano la Puglia avrebbe superato nei periodi migliori anche i 5 milioni, è comunque abbastanza certo che “  nella Dogana di Foggia, nonostante le ampie oscillazioni da un anno all’altro, con punte che superarono i due milioni, non si scende generalmente al di sotto del milione di capi fino alla fine del Settecento. (Saverio Russo “ Dopo le Dogane: le transumanze peninsulari nell’Ottocento”. Pertanto i numeri della transumanza abruzzese erano di gran lunga superiori a quelli delle altre due transumanze dell’Italia centrale, quella Toscana e quella della campagna romana (Pontificia) che, messe insieme, nei periodi di maggior splendore, raggiunsero i 400.000-500.000 capi ovini transumanti. Riguardo all’Abruzzo, soltanto dopo l’abolizione della dogana ( 21 maggio 1806) i capi transumanti in Puglia si ridussero a  500-600 mila, anche se a fine Ottocento tra Abruzzo e Puglia erano ancora  528.000 i capi ovini che utilizzavano gli storici tratturi, mentre altri  320.000 capi transumavano nell’Agro romano. La transumanza verso la Puglia seguitò a diminuire progressivamente, fino a raggiungere i 200-250.000 capi transumanti nei primi anni ‘50 del millenovecento, per ridursi ancora molto di più nei decenni successivi, fino alle poche  migliaia di oggi. Nel Lazio la presenza delle greggi abruzzesi ebbe, invece, il suo massimo all’inizio del ‘900, con circa 500.000- 600.000 capi ovini transumanti.

LA MASSERIA TRANSUMANTE

La masseria transumante, composta anche da migliaia di pecore, era divisa in “morre” di circa 200 capi,  guidate ognuna da un pastore, mentre un pastoricchio le controllava in coda. Ogni morra seguiva l’altra a breve distanza, ed era accompagnata dai grandi cani bianchi. Il pastore tendeva ad aumentare l’andatura dove il pascolo era magro, mentre la rallentava dove era abbondante, per dare alle pecore l’opportunità di nutrirsi. Ogni giorno le greggi camminavano per sei o sette ore, percorrendo circa 15 Km e poi sostavano. I butteri, che precedevano il gregge, avevano il compito di preparare l’accampamento e di montare le reti per i recinti delle pecore. Le pecore, al loro arrivo, venivano munte, poi contate e rinchiuse nei recinti. Venivano accesi i fuochi e veniva fatto il cacio di passo ( il formaggio prodotto durante il cammino). Al tramonto, tutti a dormire. All’alba il cammino riprendeva. I butteri caricavano sui muli tutte le attrezzature utilizzate per la notte e ripartivano… seguiti, dopo poco, dalle greggi. Si andava avanti così, giorno dopo giorno. Durante il tragitto i pastori scambiavano il cacio di passo  con sale, pane e verdure. Le greggi dopo 16 o 17 giorni da quando avevano lasciato gli altopiani che circondano la conca aquilana, raggiungevano le locazioni dell’Ofanto e del Candelaro.  Le “locazioni” erano le terre destinate al pascolo delle greggi che i pastori, detti locati, potevano utilizzare pagando una “fida”, un canone annuo fissato in rapporto al numero delle pecore. Per ogni 100 pecore si aveva diritto ad una superficie di 24 ettari di terre non arate chiamate “poste”.

LA GERARCHIA PASTORALE

La masseria abruzzese era strutturata in maniera molto rigida. Al vertice della gerarchia c’era il proprietario degli armenti, l’armentario, che poteva possedere anche diverse migliaia di pecore. Lo schema era più o meno il seguente:                                                                 

ARMENTARIO

proprietario degli armenti

MASSARO:

uomo di fiducia e “factotum” del proprietario di armenti

BUTTERO:                                                                          CASCIARO:

addetto al trasporto dei materiali e delle                    addetto alla lavorazione del latte

attrezzature durante la transumanza

PASTORE:

addetto al controllo e alla conduzione del gregge. Ad esso veniva affidata una

“morra” di pecore formata da circa 200 capi.

PASTORICCHIO:

ragazzo addetto alla guardia del bestiame

BISCINO O GUAGLIONE:

inserviente addetto ai lavori più umili.

Un gregge di 2000 pecore ( partita) in genere comprendeva: un massaro, 10 – 12 pastori, 4-5 guagliuni 2 o 3 casciari, 2 o 3 butteri ed alcuni tosatori o carosatori.

LA  VITA  ALLA  MASSERIA

La vita alla masseria era scandita dai tempi necessarie per gestire una grande azienda pastorale.

La giornata iniziava perciò molto presto. Già alle 4.30 – 5.00 i pastori lasciavano il SACCONE (  tela cucita riempita di paglia) e raggiungevano le pecore per la prima mungitura. La mungitura andava avanti  fino alle 8.00 – 8.30. Finita la mungitura c’era la COLAZIONE, in genere  pane  e formaggio e a volte lardo di maiale. Il latte raccolto, unito a quello della sera precedente, veniva scaldato nel CACCAVO, per essere poi trasformato in formaggio,

Alle ore 9.00 i pastori lasciavano il CASONE e portavano le greggi al pascolo, sempre accompagnate dai grandi cani bianchi. Ogni pastore aveva con sé la SPARA ( un grosso fazzoletto, spesso colorato, contenente pane e companatico, quasi sempre formaggio) dove conservava il cibo per la giornata e la PIROCCA, un nodoso bastone di orniello o di frassino che serviva per incitare gli animali.

Soltanto al tramonto le pecore tornavano alla masseria sempre accompagnate dai pastori. Appena arrivate, le pecore venivano munte per la seconda volta. Nel frattempo, nel CUTTURO veniva bollita la cena:  il  pancotto, una specie di minestra fatta con il pane secco e condita con olio di oliva.

 

IL CANE CUSTODE DEL GREGGE

Nella masseria era sempre presente un numero rilevante di cani custodi o da protezione del gregge che avevano (e hanno) il compito di difendere le pecore dai predatori, in particolare dal lupo. I pastori abruzzesi, ma lo confermano anche fonti storiche, chiamavano il cane custode del gregge con diversi nomi: “pastore abruzzese”, “cane da pecora” “ cane da lupo” “ cane da massaria”, “mastino” . Prescindendo dal nome, il cane bianco difensore del gregge  è una razza antichissima e di grande valore culturale e zootecnico. È di grande taglia, è  dotato di una notevole resistenza, di coraggio, di frugalità, di grande tempra, di spirito di iniziativa e di affidabilità. I pastori per migliorare la sua efficienza nella lotta ai predatori ancora oggi utilizzano  vari sistemi, uguali a quelli di tanti secoli fa.  Per favorire la socialità, allevano i cuccioli sempre in branco, in modo che acquisiscano un notevole affiatamento, che li aiuterà, da adulti, nel loro lavoro di protezione. Per migliorare ancora l’efficienza del cane nella lotta contro il lupo, dotano i cani, in particolare i maschi adulti, di un collare di ferro irto di punte, il vreccale o roccale, che  li proteggerà  dai morsi del predatore. Un’ulteriore pratica che i pastori attuano per aumentare la capacità difensiva del cane, pratica che ultimamente si va però riducendo, è la conchectomia, ossia il taglio delle orecchie, in modo che in un eventuale scontro con il predatore, queste non costituiscano una facile e dolorosa presa per il lupo.

Il cane da protezione viene “imprintato” sulle pecore. Fin da quando apre gli occhi vede quasi esclusivamente, oltre alla madre, pecore e agnelli, e probabilmente si considera uno di loro. La vita in comune con gli ovini e le sue qualità genetiche, lo porteranno, in età adulta, non solo a rispettarli e a non molestarli, ma anche a non abbandonarli e a proteggerli, perché li considera,  sostanzialmente, la sua “famiglia”.  I cani da pecora svolgono la loro funzione di difesa, grazie al potere deterrente che gli dà la forza del numero. Per questo greggi con molte centinaia di pecore devono essere protette da un elevato numero di cani, una decina e anche di più. In un grande branco di cani, i singoli soggetti fanno affidamento, oltre che sulla loro forza, su quella del compagno e su un’assoluta solidarietà degli uni verso gli altri, indispensabile per affrontare animali pericolosi come il lupo. Ed è grazie a questo affiatamento e a questo “ cameratismo” che possono svolgere con efficacia una notevole azione di dissuasione nei confronti del predatore. Perché, è bene ricordarlo, la funzione del cane da protezione è meramente dissuasiva, in quanto molto raramente si arriva allo scontro fisico tra  cani e lupo.

PASTORI E AGRICOLTORI

I rapporti tra i pastori abruzzesi e gli agricoltori pugliesi erano spesso conflittuali, perché  i loro interessi erano contrapposti: i pastori avevano bisogno di pascoli, mentre gli agricoltori di terre da mettere a cultura. Inoltre il conflitto era alimentato dalla Dogana (la Regia Dogana della mena delle Pecore, con sede a Lucera,  un Ente istituito nel 1447 da Alfonso I di Aragona per gestire il complesso sistema della transumanza) che concedeva  “privilegi” alla pastorizia transumante. Oltre al foro particolare, infatti, “ Nel Tavoliere lo stesso pane, lo stesso vino e lo stesso sale che i pastori compravano a prezzi fortemente agevolati dovevano essere pagati a tariffa intera dalle popolazioni locali” ( F. Mercurio , Agricoltore senza casa. Il sistema del lavoro migrante nelle maremme e nel latifondo in P. Bevilacqua ( a cura di), Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea, I, Spazi e paesaggi, Venezia 1989 p. 64). I locati, cioè i fittuari dei pascoli, “ franchi et immuni di tutte sorti di gabelle, datii, passi, ponti e schafe”, sono esenti anche  da diritti proibitivi a vantaggio della feudalità locale, comprano il sale, un genere indispensabile per l’allevamento e la trasformazione del latte, a prezzo ridotto. Inoltre, i locati possono portare armi, provvedersi liberamente di “ legna, paglia, acqua e falascina per fare i pagliari in qualunque luogo stiano per essere cose necessarie non meno per il proprio uso, che per i capomandri […]”, usare l’acqua di “ qualsivoglia fiume o altra acqua” atta al bagno delle pecore, “nel tempo che si devono tosare”, “ non ostante che stia detta acqua dentro i demanii di qualsiasi barone”. Inoltre i locati non possono essere “ eseguiti per qualsiasi causa civile o criminale, anche per li pagamenti fiscali, negli animali di Dogana, ( A. Gaudiani, Notizie per il buon governo della Regia Dogana della Mena delle pecore di Puglia, ac. di P. Di Cicco, Foggia 1981, pp.317  322 e 323), ossia non possono subire il pignoramento degli animali che conducono in Puglia.

Il conflitto tra il pecoraio abruzzese e l’agricoltore pugliese era “strutturale” e  molto profondo. A volte era talmente aspro che poteva sfociare in fatti di sangue; a volte, invece, era “sublimato” attraverso forme di satira popolare, come la seguente filastrocca:

Quannu lu pecurare va a la messa

Ci crede d’ purtà la morra ‘ppress!

Po’ ce’ vota ‘face ‘lu campanar:

che bella staccia ‘p fa’ lu pagliar.

Ci ficca dint’, vede l’autar:

che ‘bbella chianca p’ pesà lu sale.

( quando il pastore va a messa, pensa di portarsi anche il gregge! Poi si volta verso il campanile: che bel palo per fare il pagliaio. Poi entra in chiesa, vede l’altare: che bella pietra per pesare il sale.

Un’altra testimonianza dell’avversione dell’agricoltore , in questo caso lucano, verso il pecoraio abruzzese la troviamo in quest’altra filastrocca:

Abbrile mie curtese,

mprestame nu jurn’

de lo tu mese

pe’ fa murì li pécure

a lu ‘bbruzzese

Sull’altro fronte, quello abruzzese e pastorale, la pastorizia abruzzese  da un lato viene considerata “un  grande, pacifico, inoffensivo – e redditizio per lo Stato – gregge insidiato da numerosi e voraci lupi, reali e figurati”. “ Quel popolo sì mansueto ed umano- si legge in una memoria di fine Settecento- uguale in questa virtù alle pecore stesse” ( Ragioni per i locati della regio Dogana della Mena delle pec, s.l., n.d.  Dall’altro, nella memorialistica di fine Ottocento – quando ormai la transumanza è una pratica in declino- c’è l’affermazione del primato abruzzese sulla “Daunia vassalla”, che invierebbe ogni anno, con i pastori che risalgono le montagne verso i pascoli estivi, i suoi “umili tributi” all’ “ Abruzzo signore” ( pasta, nocciole secche, capperi, fichi, barili di semola, lana) ( E. D’Orazio. La pastorizia abruzzese cit, p. 48)  La pastorizia abruzzese avrebbe dato una parte di senso ad una “provincia – aveva scritto alcuni secoli prima Camillo Porzio – assai giovevole alle altre del regno, ma in quanto a  sé […] la più inutile che vi sia ( C. Porzio, Relazione del regno di Napoli al marchese di Mondesciar Viceré di Napoli tra il 1577 e il 1579, in Id., La congiura dei baroni del regno di Napoli contro il re Ferdinando I e gli altri scritti, ac. di E. Pontieri, Napoli, 1964, p.326.

In definitiva pastori e contadini vivevano in un conflitto permanente, in quanto costretti a vivere forzatamente gli uni accanto agli altri, in una condizione dell’esistenza, tra l’altro, molto dura. Il perenne conflitto tra l’abruzzese pastore e il pugliese agricoltore iniziò gradualmente a risolversi quando l’armentario abruzzese, una volta affrancati i canoni, diventò proprietario a pieno titolo di una parte importante delle terre del Tavoliere, cominciò a riservare una quota della superficie, prima riservata al pascolo, per la cerealicoltura e introdusse erbai seminati per l’alimentazione delle pecore.

IL RITORNO IN MONTAGNA

Dopo la Fiera di Foggia, nella prima quindicina maggio, la Masseria tornava in montagna. Prima della partenza al pastore veniva concessa una giornata di libertà, la giornata della CRUSCA,  in modo che potesse preparare i “bagagli” per il viaggio di ritorno. Come nella CALATA ( così veniva chiamata in Abruzzo la transumanza ( discesa) verso la Puglia) autunnale prima della partenza verso le montagne abruzzesi, si controllavano le pecore,  si contavano, si dividevano in MORRE e la mattina del giorno stabilito, all’alba, si lasciava la LOCAZIONE  e si riprendeva il tratturo. Ogni giorno, dopo aver camminato per diverse ore,  il  gregge si fermava in uno dei riposi sparsi lungo il tratturo. Le pecore venivano munte e rinchiuse negli STAZZI, recinti formati da pali di legno, corde e reti.

Dopo un viaggio di 15- 20 giorni la masseria arrivava nel paese di origine, dove il ritorno diventava una vera e propria festa popolare.

Il giorno dopo la MASSERIA saliva sulla montagna e finalmente il lungo e faticoso viaggio era finito.

In montagna  i pastori vivevano in capanne fatte di pietre a secco, chiamate condole, pajare o procoi, a seconda del dialetto. La vita in montagna, per i pastori, era sicuramente piena di disagi, attenuati, però, dal “privilegio” di poter tornare ogni tanto in famiglia. Ogni 15 giorni passati in montagna il pastore aveva, infatti, diritto a tre giorni di riposo a casa (la QUINDICINA).

Alcune rime dialettali abruzzesi fanno ben capire quali fossero i sentimenti contrastanti che legano  il pastore alla sua donna, ma anche al suo gregge:

Nen vòglie cchiù la pècura guardà,

pe ‘st’ucchi de mericula rimirà.

Vattenne che nen pòzze remenì,

tu vu cchiù bène alla pècura ch’a mmi.

A ti nen te ce pozza retruvà,

le pècura me dànne da campà.

 

 

 

LA FINE DELLA GRANDE INDUSTRIA ARMENTIZIA ABRUZZESE E LA SCOMPARSA DEI TRATTURI

Questa breve analisi della masseria transumante e della sua organizzazione, ci fa capire l’importanza  economica, sociale e culturale che la pastorizia aveva in Abruzzo nei secoli passati. Oggi, l’allevamento ovino in Abruzzo è praticato, invece, in maniera limitata. La distruzione della rete tratturale e la conseguente fine della transumanza a piedi, la ridotta disponibilità di pascoli, che, sia in Puglia che nell’agro romano, sono stati messi a coltura e le mutate condizioni sociali, hanno provocato la fine delle grande industria armentizia abruzzese, fortemente condizionata, inoltre, dalle caratteristiche pedoclimatiche della regione. In Abruzzo, infatti, la disponibilità di pascolo è limitata a qualche mese all’anno  e pertanto per i mesi restanti, i pastori, non avendo più a disposizione i pascoli pugliesi o romani, dovrebbero comprare il fieno e i mangimi per le pecore, con costi molto alti, e dotarsi di costose strutture per la conservazione del foraggio e per il ricovero delle pecore… e tutto questo non renderebbero remunerativa l’attività di allevamento.

Una grande perdita, legata alla fine della grande pastorizia transumante abruzzese, è stata la scomparsa dei Tratturi. I Tratturi, meravigliose vie verdi, traboccanti di natura e di memorie di quello che era l’Italia solo pochi decenni orsono: un’Italia , sicuramente più povera e più ingenua, ma più vera e solidale. Cammini, i Tratturi, che, se fossero ancora oggi presenti, avrebbero potuto avere la stessa attrattiva e lo stesso fascino dei grandi cammini di fede europei, come il Cammino di Santiago o la Via Francigena. Cammini laici, i tratturi, ma non meno ricchi di spiritualità e di capacità di suscitare emozioni profonde. Questo immenso patrimonio culturale, ambientale, storico ed economico è stato invece distrutto dall’incuria, dalla cupidigia e dalla mancanza di lungimiranza degli uomini. Oggi del grandioso sistema dei tratturi è rimasto pochissimo, se ne sono salvate soltanto piccole porzioni come quella, bellissima, del tratturo Pescasseroli-Candela, tra Bojano – Sepino, splendido sito archeologico molisano. Al posto delle incredibili vie verdi, ci sono ora grandi strade, agglomerati urbani, boschi e seminativi. Negli ultimi anni la maggiore sensibilità generale per i problemi dell’ambiente e per la riscoperta e il recupero del patrimonio e delle tradizioni  del passato, ha coinvolto anche i Tratturi. Attualmente ci sono, infatti, svariate iniziative da parte delle amministrazioni regionali, i cui territori erano attraversati dai tratturi, tese a riscoprire e ridare vita a questo sistema viario che fu così importante nella storia economica, sociale e culturale dell’Italia centro meridionale.

C’è solo da sperare che queste iniziative portino ad una autentica “rinascita” del tratturo e della memoria storica collegata alla millenaria civltà della transumanza.

Sandro ALLEMAND 

 

 

BIBLIOGRAFIA

“Il pastore, il contadino, il mercato: alle origini della transumanza” di Luciano Arcella. Rivista “SILVAE” – Rivista tecnico -scientifica del Corpo Forestale dello Stato anno I n.2  Maggio- Agosto 2005.

John A. Marino “ L’economia pastorale nel Regno di Napoli” GUIDA EDITORI

Le lunghe vie erbose( Tratturi e pastori del sud) di Italo Palasciano. Capone Editore. 1999

Saverio Russo “Tra Abruzzo e Puglia – La transumanza dopo la Dogana”- Franco Angeli Storia. 2002.

 

 

Historica

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Il Festival del Medioevo a Gubbio, 26-30 settembre 2018

 

Barbari. La scoperta degli altri è il tema della quarta edizione. Un viaggio tra i popoli e gli individui. In mezzo ai “forestieri” e intorno ai confini, le convenzioni della storia e della geografia: segni che indicano un limite comune. Qualcosa che separa ma allo stesso tempo può anche unire. E che costruisce l’alterità e l’identità, l’amico e lo straniero, l’estraneo e il diverso. Una parola che  contiene in sé l’idea di un territorio definito, di una separazione. Ma indica anche una meta da raggiungere o un obiettivo da superare.

Incontri con gli autori
Le “lezioni di Storia”, tutte a ingresso libero, si tengono negli ampi spazi del Centro Santo Spirito, un ex monastero del XIII secolo, in piazzale Frondizi, a  pochi metri dalla centrale piazza Quaranta Martiri. Più di cento i relatori. Tra loro, alcuni dei maggiori storici italiani e europei (l’elenco completo dei protagonisti è consultabile alla pagina http://www.festivaldelmedioevo.it/portal/protagonisti/).
Si parla dei barbari, delle migrazioni dei popoli, di nemici e “diversi”. Lingue sconosciute e nuove genti sul palcoscenico della storia: dagli Alemanni ai Vandali, dai Pitti agli Unni. E poi i Visigoti e gli Ostrogoti. Il dominio dei Longobardi. La civiltà di Bisanzio. Sassoni, Angli, Franchi, Baschi e Irlandesi. Svevi, Slavi e Berberi. Mongoli e Turchi. L’epopea dei Vichinghi. Gli Arabi e i Normanni. Un grande racconto tra incontri, scontri, scoperte.
Dal Medioevo al futuro, fino ai medievalismi. Un Medioevo, vero, sognato o immaginato, che appare dappertutto: in tv, al cinema, nei giochi di piazza, nelle classifiche dei libri più venduti, nei fumetti, nei videogiochi e in mille rievocazioni.
L’App gratuita Arancia Live permetterà di seguire gli “Incontri con gli autori” in diretta streaming e in on demand: www.festivaldelmedioevo.it

Libri
Fiera del Libro Medievale. Tutto quello che c’è da leggere e sapere per conoscere meglio l’Età di Mezzo. Le maggiori case editrici italiane e i piccoli editori specializzati presentano al vasto pubblico degli appassionati i saggi, i romanzi, le biografie, gli approfondimenti tematici e i grandi classici che hanno per oggetto dell’età medievale.

Libri da scoprire. Tre giorni (venerdì 28, sabato 29 e domenica 30 settembre) dedicati alle novità librarie con presentazioni e interviste agli autori.

Miniatori e calligrafi dal mondo. Medioevo e futuro si incontrano in un evento dedicato alla moderna arte amanuense. L’appuntamento, costruito in collaborazione con la casa editrice Arte Libro unaluna, è un omaggio indiretto a Steve Jobs, l’inventore di Apple, che nella scuola del calligrafo Palladino apprese i segreti dei caratteri, l’eleganza dei segni e i messaggi subliminali del design, che poi trasferì ai “font” del Mac.

Anteprime RAI
Anteprime della stagione televisiva di RAI Storia. Due appuntamenti con altrettante proiezioni in esclusiva.
Giovedì 27 settembre lo storico Alessandro Barbero e Giuseppe Giannotti, vicedirettore di Rai Storia presenteranno  la prima puntata di“Conquistadores”, la nuova serie del programma a.C.d.C dedicata al racconto di una delle date più simboliche della storia, il 12 ottobre 1492, giorno della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo.

Venerdì 28 settembre, l’altra anteprima: l’autore televisivo Cristoforo Gornopresenterà “Leonardo a Milano e la festa del Paradiso”, primo documentario della nuova stagione del programma Cronache dal Rinascimento.

Medioevo in tv Nella Sala dei Libri del Centro Santo Spirito, per tutti i cinque giorni della manifestazione verranno inoltre proiettati alcuni tra i documentari di Rai Storia più apprezzati dal pubblico televisivo: Crociate e Jhiad, Chiara e Francesco, Benedetta e Scolastica, Carlo Magno, I viaggi di Marco Polo, Arabi e Scienza, Santo Graal e Dante Alighieri.

Mostre
Due grandi appuntamenti culturali arricchiscono i cinque giorni del Festival del Medioevo:

Un giorno nel Medioevo. La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV. I mercati, le armi, la tavola, il gioco, la casa, la preghiera, i lavori dell’intelletto e gli stili di vita. Tra una sala e l’altra, 18 brevi filmati: mini lezioni di storia sull’età medievale tenute da altrettanti autori del Festival del Medioevo. La mostra, voluta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, è frutto della collaborazione tra la Fondazione CariPerugia Arte e il Festival del Medioevo. Quasi cento i pezzi in esposizione. Provengono da musei, Archivi di Stato, biblioteche, diocesi, istituzioni pubbliche e collezionisti privati.

Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi. Il Palazzo dei Consoli, il Palazzo Ducale e il Museo Diocesano ospitano una mostra di straordinario valore artistico. L’esposizione, curata da Giordana Benazzi, Elvio Lunghi e Enrica Neri Lusanna, racconta il periodo d’oro della città dei Ceri, tra la fine del Duecento e la seconda metà del Trecento, attraverso eccezionali prestiti dall’Italia e dall’estero.

Dieci capolavori da scoprire. Gli storici dell’arte Francesco Mariucci e Paola Mercurelli Salari guidano i visitatori alla scoperta dei tesori d’arte della Gubbio medievale (tutti i giorni, alle ore 10.00 e alle ore 15.00. Prenotazione obbligatoria presso Servizio Turistico Associato – Via della Repubblica, 15. E-mail: info@iat.gubbio.pg.it, tel:  075 922 0693).

Approfondimenti
Focus e tavole rotonde, completano gli incontri:

Tolkien session 2018. L’evento, ideato in collaborazione con l’Associazione italiana Studi Tolkeniani, esplora il mondo del grande scrittore e linguista britannico J.R.R. Tolkien, autore del “Signore degli Anelli” e di altre celebri opere. L’appuntamento è dedicato al Medioevo romantico, teso al recupero  delle radici mitologiche delle diverse nazioni europee e alle leggende a cui Tolkien fece riferimento per creare la sua Terra di Mezzo.

Barbari, monete e economia. Viaggio alla scoperta delle meraviglie della numismatica: gli scambi e i baratti dei guerrieri migranti e le nuove monete nate “all’ombra di Bisanzio”.

L’educazione all’ombra delle cattedrali. Focus sulla scuola nel Medioevo e sulla nascita delle università: la mirabile fusione tra la nuova cultura cristiana e l’immenso deposito dei saperi lasciato in eredità dalla civiltà greca e latina.

Spettacoli e appuntamenti serali
Cinque appuntamenti serali: tre spettacoli, tutti alle ore 21.30 (prevendita biglietti presso il Servizio Turistico Associato di Gubbio, in via della Repubblica 15. Tel: 075.9220693. E-mail: info@iat.gubbio.pg.it), un talk show su argomenti di attualità e una serata speciale dedicata alla musica e alla filosofia.
L’attore Mario Pirovano, allievo e amico di Dario Fo, Premio Nobel per la Letteratura nel 1997, è il protagonista dello spettacolo “Johan Padan a la descoverta de le Americhe”. Appuntamento nella serata inaugurale del Festival, mercoledì 26 settembre, nel Chiostro del complesso monumentale di San Pietro.

Talk show “Bar bar” I nuovi linguaggi della politica al tempo di internet nell’Italia del XXI secolo, serata di attualità in programma giovedì 27 settembre(Teatro Ronconi, ingresso libero).

L’Ensemble Micrologus, il più famoso gruppo italiano di musica medievale, si esibirà in concerto venerdì 28 settembre nella chiesa di S. Agostino. Lo spettacolo “Cantar danzando” propone laudi, ballate, giustiniane, barzellette, sonetti, rondelli e frottole, dal XIII al XVI secolo. L’evento è organizzato in collaborazione con il Centro studi europeo di musica medievale Adolfo Broegg e la Fondation Royaumont.

Fuori Festival. Un viaggio tra musica e filosofia in uno scenario d’eccezione: il chiostro del complesso monumentale di San Pietro. Protagonisti l’architettoPaolo Belardi e il critico d’arte contemporanea Vincenzo Trione. La serata (appuntamento venerdì 28 settembre alle ore 20.30) aperta ai cittadini di Gubbio e ai visitatori del Festival e organizzata da Tecla, sponsor della manifestazione, sarà arricchita dalle musiche degli allievi del polo musicale Al Fondino.

La sera di sabato 29 settembre nella chiesa di S. Agostino gli storici Amedeo Feniello e Alessandro Vanoli, accompagnati  dal gruppo Ensemble Musicanti Potestatis, saranno i protagonisti della lezione – spettacolo  “Il mare e le cose. Piccole storie mediterranee”: periplo ideale all’interno di un mare antico e racconto di rotte, approdi e personaggi attraverso una serie di oggetti ordinari, curiosi e originali.

Rievocazioni e giochi di ruolo
Rievocazioni in costume. Balestrieri, sbandieratori, arcieri e falconieri nelle piazze e nelle strade di Gubbio. E cortei storici degli antichi quartieri cittadini.
Il mondo dei Templari I rievocatori della Mansio Templi Parmensis raccontano la vita quotidiana e la storia dei monaci-guerrieri nella seconda metà del XIII secolo, al di là delle tante leggende e di fantasiose interpretazioni storiche.

Il Medioevo dei bambini. Giochi, letture, animazioni, laboratori d’arte e corsi di disegno riservati ai più piccoli.
Gioco di ruolo in notturna “Alla ricerca dell’ancile”, un antico scudo sacro, è il tema di un gioco riservato ai maggiori di 16 anni. L’ambientazione narrativa è in Britannia ma si gioca di notte nella Biblioteca Sperelliana di Gubbio. L’evento è organizzato dalla associazione culturale Alkimia (info e prenotazioni, tel: 333 4767985, info@alkimiagubbio.it).

Arte e mestieri

Antichi mestieri. Fabbri, sarti, calzolai, scalpellini, falegnami ceramisti e pittori, tra sapienza artigiana e innovazione: gli antichi mestieri rivivono davanti al Centro Santo Spirito, sede degli “Incontri con gli autori”, grazie alla Fondazione Arti e Mestieri di Gubbio.
Le botteghe dell’arte. La mano e l’intelletto: le pitture, le decorazioni, le tecniche dell’affresco,  i laboratori artistici e le occupazioni della vita quotidiana in mostra sotto le volte del monastero di San Francesco.

Visite FAI, escursioni e trekking letterari
Apertura straordinaria FAI. Il Fondo Ambiente Italiano il 29 e 30 settembre offre una visita gratuita della Cappella del Rosario di Gubbio, che conserva un importante ciclo di affreschi, di autore ignoto, datati all’inizio del XVI secolo. Tra un ritratto della Vergine Maria con il Bambino e una teoria di sante e santi, spicca Sant’Ubaldo che mostra sul palmo della mano l’immagine della sua città (info e prenotazioni IAT Gubbio: 075 922 0693).

Conoscere Gubbio. Itinerari guidati alla scoperta della città medievale, trekking letterari organizzati dal Polo Liceale Mazzantinti e anche AppAssionati, una App proposta dagli insegnanti e dagli studenti dell’Istituto Istruzione Superiore Cassata-Gattapone (indirizzo Turismo) che illustra sette itinerari tematici eugubini di grande interesse, in parte anche inediti.

Il Festival del Medioevo è realizzato dall’Associazione culturale Festival del Medioevo in collaborazione con il Comune di Gubbio.

La manifestazione gode del patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e della Regione Umbria. Si avvale anche dei patrocini scientifici dell’ISIME, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e della SAMI, la Società degli Archeologi Medievisti Italiani.

Sostengono la manifestazione gli enti Comune di Gubbio, Gruppo Azione Locale Alta Umbria (GAL), Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e Camera di Commercio di Perugia.

Partner dell’iniziativa per il settore didattico sono la Fondazione Giuseppe Mazzatinti e l’Università LUMSA, insieme a collaborazioni scientifiche di prestigiosi istituti universitari ed enti, primo fra i quali la Fondazione CariPerugia Arte.

MetalProgetti, Tecla, Colacem e NewFont sono i principali sponsor privati.

La RAI, con i canali tematici Rai Storia e RAI Radio3, è il principale media partner del Festival del Medioevo. Il mensile di approfondimento storico MedioEvo è partner della manifestazione fin dalla prima edizione. Collaborano in modo stabile con il Festival anche Italia Medievale, portale web impegnato nella promozione del patrimonio storico e artistico del Medioevo italiano, Feudalesimo e Libertà, fenomeno social di goliardia e satira politica e MediaEvi, pagina Facebook specializzata nell’analisi dei medievalismi.

Più di 50.000 persone hanno partecipato all’ultima edizione (27 settembre – 1 ottobre 2017).

Nel 2018, il Festival del Medioevo ha vinto il Premio Francovich, assegnato dalla Società degli Archeologi Medievisti Italiani “per la divulgazione della cultura del Medioevo italiano presso il grande pubblico”.

Sergio Mattarella ha conferito per due anni consecutivi la Medaglia d’Oro della Presidenza della Repubblica alla città di Gubbio come “espressione di apprezzamento per l’alto livello culturale del Festival del Medioevo”.

Nel 2016 il Festival del Medioevo si è aggiudicato il Premio Italia Medievale, riservato alle istituzioni “che si sono particolarmente distinte nella promozione e valorizzazione del patrimonio medievale italiano”.

Il sito della manifestazione e la relativa pagina Facebook sono gli indirizzi online dedicati alla divulgazione storica del Medioevo più visitati in Italia.
Anteprime e notizie sull’edizione 2018: pagina facebook @FestivalDelMedioevoe sito web www.festivaldelmedioevo.it

“Dalla parte dei vinti. Memorie e verità del mio Novecento” di Piero Buscaroli – Editore Mondadori

Piero Buscaroli non si smentisce: si supera. Un libro che è un tesoro, un libro di testo,un libro che si esaurisce ad ogni ristampa

Nonostante sia trascorso più di mezzo secolo dal crollo del fascismo e dalla fine del secondo conflitto mondiale, siamo davvero convinti di sapere come andarono effettivamente le cose? Il tanto discusso dopoguerra italiano può considerarsi concluso? Piero Buscaroli, critico musicale, scrittore e giornalista non ne è affatto convinto e ha deciso di aprire la sua valigia di carte, documenti inediti e ricordi troppo a lungo taciuti per raccontarci il suo Novecento. Adolescente romagnolo con la passione per il pianoforte, assiste con stupore a fianco del padre Còrso, insigne latinista, al naufragio “non casuale” del 1943-45, che precipitò l’Italia in una spirale di guerra e violenze. L’interpretazione di eventi come la “congiura” del 25 luglio contro Mussolini, la dissoluzione militare e civile dell’8 settembre, l’occupazione tedesca e i “crimini dei vincitori” ci restituisce l’immagine di un Buscaroli “schierato a vita”, cittadino coatto di una “ex nazione”. Le sue “passeggiate fuori dalle solite strade della storiografia dominante” lo portano poi a visitare luoghi simbolo del Novecento come il Giappone e la Germania del dopoguerra, il Vietnam del 1966, la Praga del 1968, senza rinunciare agli incontri, che si susseguono in questi anni, con personaggi altrettanto significativi, da Ezra Pound a Dino Grandi, dall’ambasciatore giapponese Hidaka – l’ultima persona che ebbe un colloquio con Mussolini prima dell’arresto ordinato dal re – al dittatore portoghese Salazar.

“Il martirio degli armeni. Un genocidio dimenticato”. Ediz. illustrata di Marco Impagliazzo

 

È stato il primo genocidio del Novecento. Più di un milione di armeni cristiani dell’Impero ottomano sono stati uccisi, in massacri e marce della morte, durante la Prima guerra mondiale, a partire dal 1915. Ritorsione per la collaborazione con la Russia nemica o attuazione di un disegno nazionalista, per il quale la nuova Turchia doveva essere etnicamente e religiosamente omogenea, tutta turca e tutta musulmana? Sempre negato da parte turca, il genocidio degli armeni è stato dimenticato per decenni. Di recente, nuove indagini e ricerche hanno fatto luce su una vicenda tragicamente moderna e fornito risposte a domande importanti: chi diede l’ordine di uccidere? Come fu attuata una strage di così incredibili proporzioni? Agile e aggiornato, opera di uno dei primi storici italiani ad occuparsi della questione armena, questo volume si rivolge in particolare ai giovani e ai lettori che vogliono conoscere, comprendere, ricordare.

Venti anni fa moriva uno dei più grossi sanguinari dittatori della storia contemporanea : Pol Pot

 

Pol Pot (al secolo Saloth Sar) fu il capo, il leader di uno dei regimi marxisti più violenti del XX secolo: il regime dei Khmer Rossi in Cambogia. In rapporto alla popolazione, tale regime causò più morti di tutti gli altri (tra cui quello di Stanlin e di Hitler). Il regime dei Khmer Rossi ha causato la morte di 1,7 milioni di persone attraverso carestia, lavoro forzato e esecuzioni.

Nella  “Kampuchea democratica” si poteva essere uccisi per il solo fatto di portare gli occhiali. E sì, perché gli occhiali erano segno di studio e di istruzione. E i khmer rossi volevano sradicare  ogni segno della “cultura borghese”.  Durante il regime di Pol Pot venivano passati per le armi tutti coloro che avevano frequentato le scuole superiori e l’università, unitamente a tutti gli appartenenti al ceto medio. Nei campi della morte finivano anche vecchi, donne, bambini. E, chi non era soppresso nei gulag “democratici”, moriva di stenti nelle città e nei villaggi. Uno dei primi provvedimenti del dittatore khmer fu quello di deportare buona parte della popolazione di Phnom  Penh nelle “comuni agricole”. Il risultato furono l’impoverimento, la fame, le città deserte. Ancora non è accertato quante  siano state le vittime accertate del delirio di Pol Pot e dei suoi accoliti. Ma le stime più prudenziali non vanno al di sotto dei due milioni di persone. Questi orrori appartengono al passato. Ma è di cruciale importanza ricordarli. Affinché mai più accada, in qualsiasi Paese della Terra, che si instauri un regime in cui gli uomini vengano divisi  in due categorie: gli “dèi” (cioè i dirigenti) e gli “insetti” (cioè la stragrande maggioranza della popolazione).

Foibe, lo striscione che esalta Tito: «Maresciallo siamo con te»

«Maresciallo siamo con te. Meno male che Tito c’è». È lo striscione firmato con falce e martello affisso a Modena nel Giorno del Ricordo. A trovarlo davanti la propria sede sono stati gli iscritti dell’associazione identitaria Terra dei Padri, che proprio nel Giorno del Ricordo avevano organizzato nel loro circolo una mostra fotografica e un concerto sulla tragedia degli italiani del confine orientale. Una iniziativa di omaggio ai morti delle foibe e agli italiani costretti all’esodo che evidentemente deve aver dato fastidio ai soliti scemi….

SPOLETO, WEEKEND DEDICATO ALLA CULTURA ALLA LIBRERIA AURORA Sabato 27 gennaio, la presentazione del libro ‘La Battaglia di Cable street’ alla presenza dell’autore Domenica 28 gennaio, incontro con l’esperto Giulio Sapori sulla condizione animale nella società attual

 

Dalla storia politica alla condizione animale nella società odierna per un weekend ricco di iniziative alla Libreria Aurora di Spoleto. Questo fine settimana, infatti, la giovane realtà di via dell’Anfiteatro 12 organizza due incontri pubblici, il primo, sabato 27 gennaio, alle 18, dedicato al libro ‘La Battaglia di Cable street – La disfatta delle camicie nere inglesi e la nascita dell’antifascismo militante europeo’ e il secondo, domenica 28 gennaio, sempre alle 18, sul tema ‘Fabbriche di corpi. Capitalismo e condizione animale’.

“La Macchina Imperfetta” di Guido Melis,componente della Commissione Scientifica della Fondazione Ugo Spirito-Renzo De Felice

 

Lo Stato fascista studiato nei suoi meccanismi essenziali. I cambiamenti e le continuità che lo caratterizzarono: nei ministeri, nei nuovi enti pubblici, nel rapporto contraddittorio fra centro e periferia. E in primo piano il nuovo soggetto che ambiguamente penetra nello Stato e al tempo stesso se ne lascia penetrare, statalizzandosi: il Partito fascista. E poi le élites, fra continuità e innovazione: burocrazie, gerarchie politiche centrali e periferiche, magistrature ordinaria e amministrativa, podestà, sindacalisti e capi delle corporazioni, autorità scolastiche, sovrintendenti alle belle arti, uomini dell’impresa pubblica e del parastato. Uno Stato ben lontano dall’essere la “macchina perfetta” che vorrebbe sembrare. Un affresco ricco di particolari da cui emerge una visione complessa di quel che volle e non riuscì a essere lo Stato. Stato “fascista” ma al tempo stesso Stato “nel fascismo”. Le edizioni del Mulino